Luciano ha scritto:
>> Associare alla retta i numeri reali contrabbanda la discretizzazione del
>> continuo. Lo ho già spiegato nel mio post precedente. (E Davide ha appena
>> mostrato passo-passo che cosa significa 'discretizzare' il continuo.)
> Spero che Davide intervenga e chiarisca il suo punto di vista. Secondo me,
> quel che ha detto non è discretizzazione del continuo.
Anche io non ho capito bene il punto di vista di Maurizio.
La procedura che io ho definito (e che costituisce la *definizione
operativa* della *misura* di un segmento) associa ad ogni segmento una
successione potenzialmente infinita di numeri naturali. "Potenzialmente
infinita" - come dicevo - nel senso che in ogni momento, arrivati all'n-ma
cifra decimale, possiamo reiterare l'operazione per determinare l'(n+1)-ma
cifra decimale.
Ora, è vero che noi, pur potendo aggiungere tutte le cifre che vogliamo,
di fatto finiremo pur sempre per fermarci a qualche cifra. Tuttavia se
immaginiamo che "esista" una cosa come una successione infinita di cifre
decimali allora quella procedura associa una e una sola di queste
successioni ad ogni segmento (ci sarebbe il problema dei numeri con
il 9 periodico, ma è una ambiguità che può essere eliminata con qualche
accortezza).
Ebbene, se noi partiamo dal presupposto (neo)platonico che la realtà esista
nel Logos, allora quella successione, che noi potremmo scrivere solo in un
tempo infinito, deve essere eternamente presente in modo "attuale" nel
Logos, e noi - pur non potendo scriverla in modo esplicito in un tempo
finito - possiamo ragionare di essa limitandoci ad elencarne le proprietà
e provvedendo a fare in modo che ciò che diciamo di essa non sia
contraddittorio.
Procedendo in questo modo siamo in grado di dimostrare un sacco
di roba su quelle successioni, come ad esempio:
a) che esse sono in corrispondenza biunivoca (a parte l'ambiguità
- per altro eliminabile - che dicevo) con i punti della retta;
b) che l'insieme di queste successioni non può essere messo in
corrispondenza biunivoca con l'insieme dei numeri naturali;
c) che esso invece può essere messo in corrispondenza biunivoca con
l'insieme di tutti i possibili sottoinsiemi (insieme potenza)
dell'insieme dei numeri naturali.
Tutte queste proprietà di quell'insieme di successioni ci fanno dire
che esso *non* è "discreto", ma "continuo".
Tutto bene?
Beh, non proprio, perché per fare questo ragionamento abbiamo dovuto
ipotizzare che tutto ciò che esiste esiste nel Logos. Per un matematico
(neo)platonico non c'è nessun problema a prendere le mosse da questo
presupposto, tuttavia si tratta di un presupposto esplicitamente
"religioso", mentre noi viviamo in una cultura che vuole definirsi "laica",
cioè una cultura nella quale i presupposti religiosi devono essere
mascherati e lasciati in forma implicita.
Un modo per "laicizzare" i presupposti (neo)platonici della matematica
è quello di affermare che "esiste" tutto ciò che non è contraddittorio.
In questo modo non diciamo più che le successioni infinite sono attualmente
presenti nel Logos e che noi possiamo ragionare di esse applicando
unicamente il principio di non contraddizione, ma diciamo che una volta che
si sia definito un concetto matematico in modo non contraddittorio allora si
può dire che quel concetto corrisponde ad un ente matematico, cioè a
qualcosa che "esiste".
Molti fisici e qualche matematico rifiutano i presupposti (neo)platonici
della matematica, e rispetto alla religione (neo)platonica sono "atei".
Costoro considerano insensato qualunque concetto si fondi in qualche modo
(più o meno esplicito) sull'"infinito attuale". Uno di questi era Poincaré,
che considerava questo modo di fare la matematica un vero e proprio delirio.
Fra gli "atei" del (neo)platonismo molti sono "costruttivisti".
Un matematico "costruttivista" corrisponde più o meno ad uno per
il quale la "realtà" coincide con la "chiusura del mondo sensibile":
http://snipurl.com/3ai7w
o ad uno per il quale sono sensati solo quei concetti che possono
essere definiti in modo "operativo".
Altri "atei" del (neo)platonismo sono invece "intuizionisti", cioè
sostengono che esistono solo queti enti matematici che la mente umana è in
grado di "intuire". Ma cosa significare che un certo concetto può essere
"intuito"? Nel rispondere a questa domanda si scopre che esistono due
tipi di "intuizionisti":
1) alcuni, incalzati da domanda dopo domanda, alla fine approdano
ad una posizione che di fatto è una forma di costruttivismo;
2) altri, di fronte a quell'incalzare, ad un certo punto si arroccano in
qualche forma di misticismo, per cui si scopre che costoro aderiscono
a qualche "eresia" del (neo)platonismo o tentano addirittura di produrre
uno scisma all'interno del misticismo matematico.
Tutta roba che si trova nelle prime venti pagine di qualunque manuale
di psicanalisi.
Venendo al discorso di Maurizio, ciò che non ho capito è quali siano i suoi
sentimenti nei confronti di questa fantasia del Logos come "contenitore sub
specie aeternitatis" di tutto ciò che esiste. Questa di un ipotetico Occhio
(cioè Intelletto) che osserva la realtà sub specie aeternitatis è una
fantasia edipica importantissima per tutta la storia della filosofia, e non
si capisce niente dell'opera di un filosofo finché non è chiaro quali siano
le sue reazioni affettive nei confronti di quella fantasia. Ad esempio nel
mio caso è piuttosto evidente che io manifesto aggressività nei confronti
del Logos (il che, per altro, mi rende particolarmente fragile, ma questa è
un'altra storia). Quel che non capisco è cosa prova Maurizio nei confronti
dell'"infinito attuale".
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Saluti.
D.