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Old 21-11-08, 02:43 PM
.sergio.
 
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Default Obama porterà con sé uno Stato palestinese?

Obama porterà con sé uno Stato palestinese?
di Abdallah Awad *
Per lunghi anni Bush aveva detto che il promesso Stato palestinese sarebbe
stato creato entro il 2005. E il 2005 è passato, senza che vi fosse
traccia di uno Stato, e neanche di rammarico da parte americana. Poi Bush
promise che la soluzione sarebbe giunta entro la fine del 2008, allorché
si tenne la grande celebrazione di Annapolis in preparazione dello stato
palestinese. Ed ecco che anche quest’anno – e Bush con esso – si prepara
ad uscire dalla storia, e nulla si è verificato se non l’espansione degli
insediamenti che stanno devastando quella porzione di territorio entro la
quale dovrebbe essere fondato lo Stato palestinese.

Chi sta per annegare si aggrappa a qualsiasi cosa, anche ad una pagliuzza,
e dunque non è strano che facciano la loro comparsa storie a profusione su
Obama, visto come il re del cambiamento, il nero africano di origini
musulmane – che sarà diverso da Bush nel suo approccio alla questione
palestinese, da lui ben conosciuta a causa dei suoi rapporti con alcuni
palestinesi – tanto che alcuni si spingono a rivolgersi a lui come al
“fratello Obama”, o all’ “amico Obama”.

A prescindere da tutte le cose che si dicono, la vera novità è che vi è un
uomo nuovo alla Casa Bianca.

Il cambiamento americano

Non vi è dubbio sul fatto che la vittoria di Obama sia indice di un nuovo
passo in avanti nello sviluppo della civiltà, con l’arrivo alla Casa
Bianca di un nero di origini africane, per di più appartenente alla classe
media. In altre parole, la vittoria di Obama rappresenta di per sé una
rivoluzione americana interna, se si tiene presente la storia americana,
cominciata con la persecuzione dei neri e finita con l’ingresso di uno di
essi alla Casa Bianca.

Tuttavia, il cambiamento nella politica estera dei regimi democratici non
è mai rivoluzionario, è sempre lento. Infatti, il presidente non prende le
decisioni da solo. Vi sono istituzioni e centri a profusione che
influenzeranno le decisioni di Obama. Sono questi centri di potere che
decidono la politica estera americana. Quanto alla convinzione che Obama
prenderà decisioni rivoluzionarie nella politica interna ed estera
dell’America, essa è illogica e lontana dalla verità. Tutto ciò che egli
potrà fare è lavorare per migliorare l’immagine ripugnante ed aggressiva
che l’America ha in questo momento nel mondo, riducendo di conseguenza il
livello di ostilità nei suoi confronti. Quanto alle novità che Obama potrà
introdurre nelle diverse questioni riguardanti la politica interna ed
internazionale, è necessario aspettare di conoscere la squadra che egli
sceglierà, e di conseguenza le politiche che essa deciderà di adottare,
senza sbilanciarsi verso un esagerato ottimismo. Ad esempio, Obama è
contro la guerra in Iraq. Ma potrà mai decidere di ritirare le truppe
americane il giorno dopo il suo insediamento alla Casa Bianca? La risposta
è chiara a tutti.

Antipatia per Bush, ma non amore per Obama

Il cambiamento americano che sopraggiunge con l’elezione di Obama non
dipende dal fatto che questa elezione porta necessariamente con sé un
programma nuovo, o delle politiche chiare e ben determinate, ma soltanto
dal fatto che Obama ha saputo rivolgersi agli americani in base alla loro
esigenza di cambiamento, dopo anni di amministrazione Bush caratterizzati
dal fallimento sia sul piano della politica di sicurezza a livello
internazionale, sia sul piano economico interno. Di conseguenza, il
cambiamento è diventato una necessità vitale per gli americani – oltre al
fatto che esso rappresenta una logica naturale che governa la vita degli
uomini.

Il fatto che Bush abbia condotto la politica estera americana in maniera
aggressiva, e con un atteggiamento di superiorità, ha spinto perfino gli
amici e gli alleati dell’America a provare avversione per questa politica.
Da qui nasce la favorevole accoglienza internazionale alla vittoria
elettorale di Obama. E’ una normale reazione alle azioni
dell’amministrazione Bush nel corso degli ultimi otto anni.

Il punto essenziale non sta nel sostegno alla politica di Obama, che
resterà sconosciuta fino a quando egli non si sarà insediato alla Casa
Bianca, ma nella speranza degli americani – e di molti paesi, popoli e
movimenti del mondo – che Obama lavorerà per cambiare la politica interna
ed estera degli Stati Uniti, essendo egli il sostenitore della teoria del
cambiamento. E’ dunque prematuro giudicare le politiche che egli adotterà,
poiché ciò che è stato detto nel corso della campagna elettorale non è
vincolante rispetto alle decisioni che saranno prese realmente dopo la
vittoria elettorale. Questo è quanto dicono tutte le precedenti esperienze
americane, e quelle degli altri paesi del mondo.

Cambiate voi stessi innanzitutto

A differenza degli altri popoli e paesi del mondo, l’approccio palestinese
al cambiamento americano contiene in sé anche non poca confusione, poiché
la situazione dei palestinesi è tale da suscitare compassione e rammarico,
a causa delle loro divisioni interne e della lotta per il controllo
dell’Autorità Palestinese. Per questa ragione i palestinesi non sono in
grado di affrontare il cambiamento ed il mondo. Infatti, qualsiasi persona
ragionevole direbbe loro: mettetevi d’accordo innanzitutto fra di voi,
dite esattamente cosa volete, e poi potremo parlare.

Ci attende un intervallo, per il passaggio dei poteri in America e per le
elezioni all’interno di Israele. Un intervallo che coprirà i prossimi
mesi. Soltanto al termine di questa fase di transizione si comincerà a
parlare. In questo momento ogni cosa è congelata. I palestinesi sapranno
approfittare di questi mesi per migliorare la loro situazione ponendo fine
alle divisioni?

Il mondo dice: cambiate voi stessi innanzitutto. Coloro che attualmente si
combattono per il potere saranno pronti per il cambiamento? Saranno pronti
a comparire davanti al popolo innanzitutto – e poi di fronte
all’occupazione, all’America e al mondo – uniti, e con una strategia ed
una politica unitaria, parlando un linguaggio unitario?

Tutte le premesse, purtroppo, lasciano presagire che nulla di tutto questo
accadrà, che i palestinesi continueranno a parlare due lingue diverse, e
che il fallimento delle fazioni sarà l’unica realtà, insieme alla lotta
per un’Autorità Palestinese che non vivrà a lungo.

Obama eserciterà pressioni sullo Stato ebraico?

Storicamente la politica estera americana è sempre stata vicina alla
politica di Tel Aviv, e non ha mai preceduto gli orientamenti dello stato
ebraico. Ciò che essa riconosce ai palestinesi rappresenta un discorso
puramente teorico che in realtà non significa nulla, ed i finanziamenti
che offre non sono altro che ciò che dovrebbe offrire lo stato ebraico in
qualità di paese occupante.

L’Autorità Palestinese, nella limitatezza delle sue responsabilità a
livello della fornitura dei servizi, e con tutta la sua distanza
dall’ambito degli interventi reali, ha portato il peso che l’occupazione
israeliana non ha voluto portare. Essa, dunque, non opera tanto a
vantaggio dei palestinesi quanto piuttosto al servizio dello stato ebraico
e dell’occupazione. Questa è la politica americana, la politica attraverso
la quale Bush ha promesso uno stato ai palestinesi nello stesso momento in
cui offriva garanzie a Tel Aviv sul fatto che i grandi blocchi di
insediamenti sarebbero rimasti a Israele nell’ambito di qualsiasi
soluzione politica, poiché secondo Bush non sarebbe ragionevole
eliminarli. Cambierà la posizione americana espressa da Bush?

La politica non è che il gioco degli interessi, indipendentemente dal
fatto che alla Casa Bianca ci sia Bush, Obama, o chiunque altro. Fino a
quando gli interessi americani non saranno danneggiati da questo tipo di
politica, essa non cambierà. Dunque non vi è alcun motivo di scommettere
sulle illusioni – o, anche per un solo momento, sulla convinzione che il
prossimo presidente americano eserciterà pressioni sullo Stato ebraico.

L’attesa

E affinché accada ciò che deve accadere, coloro che si attengono alla
speranza a tutti i costi – anche se essa dovesse tradursi in un inganno ed
in un tradimento – affermano che è necessario aspettare. Aspettare.
Aspettare fino a quando Obama entrerà alla Casa Bianca. Aspettare fino a
quando avrà riordinato le proprie carte ed avrà studiato le politiche che
vorrà adottare. Aspettare fino a quando le avrà tradotte in realtà.

E cosa ci sarà dopo l’attesa? Nulla di nuovo…

da: al-Ayyam, 6 novembre 2008
(Traduzione a cura di Arabnews)

L’articolo in lingua originale

* analista politico palestinese; scrive abitualmente sul quotidiano
al-Ayyam, vicino all’Anp



--
visitate http://www.comunisti-italiani.it/frames/index.htm
http://www.larinascita.org
http://www.italia-cuba.it/associazione/associazione.htm

questo articolo e` stato inviato via web dal servizio gratuito
http://www.newsland.it/news segnala gli abusi ad abuse@newsland.it


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Old 29-11-08, 04:02 PM
Marco S.
 
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Default Re: Obama porterà con sé uno Stato palestinese?


".sergio." <senzanome2222@yahoo.it> ha scritto nel messaggio
news:gg6dth$6ag$1@news.newsland.it...
> Obama porterà con sé uno Stato palestinese?


No, perche' lo scopo principale degli arabi palestinesi, secondo me, non e'
di costituire uno stato palestinese, bensi' di cacciare gli ebrei dal
"Dar-al-Islam", la terra data all'Islam fino al giorno del Giudizio
Universale.
Lo stato palestinese e', a mio giudizio, un falso scopo.
Solo interpretando la storia del conflitto arabo-israeliano in questa
chiave, tutto risulta chiaro.

Ciao

Marco


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