phillip.ernest@utoronto.ca ha scritto:
> [...] Certo La luce al centro
> sara' disponibile in Italia, in traduzione italiana? E' un libro
> famoso.
Una ricerca su Google per "la luce al centro" +bharati non da risultati...
> A mio parere, Bharati vuole dire che gli stati di
> distaccamento e unione che si puo' raggiungere tramite lo yoga, sono
> essenzialmente non-etici
Molti trattati classici parlano delle "siddhi", i poteri frutto di una
ascesi rigorosa - immancabilmente avvertono però che si tratta di
effetti collaterali, suscettibili di causare attaccamento e quindi,
infine, deviazione dal percorso di ricerca originario.
> (il quale illuminerebbe un po' il fatto
> misterioso che si trovano molte persone che sono tanto incantate dalla
> pratica e la filosofia yogiche, e generalmente dalla religione e la
> filosofia indiane, ma che sono sul livello etico e sociale non meno
> orribili che tanti che non sanno nulla ne' dello yoga ne' della
> filosofia).
Condivido questa osservazione. Il mio personale approccio consiste nel
tentare costantemente di "tradurre" lo Yoga. Uso questa espressione in
senso lato per significare il tentativo di cogliere l'essenziale della
disciplina, sfrondandola da tutti i contenuti che hanno una loro dignità
solo nel contesto originario, distante nello spazio, nel tempo e
culturalmente. Accetto la definizione di Patanjali secondo la quale lo
Yoga è l'aquietarsi dei movimenti della mente (yogash chitta vritti
nirodhah). A partire da questo punto fermo, però mi chiedo come di può
intendere l'agitazione della mente anche, per esempio, con gli
strumenti delle neuroscienze e della psicologia. Allo stesso modo la mia
esperienza delle pratiche corporee deve necessariamente dialogare con
ciò che so di neurofisiologia del movimento e medicina in generale.
Credo quindi che l'accostarsi a questo gigantesco patrimonio che ci
viene in dono dalla tradizione orientale sia un'operazione un tantino
più elaborata del semplice vestirsi di arancione o recitare mantra dopo
essersi fatta una canna ;-)
A parte però questo discorso sulle mediazioni culturali, che qui accenno
appena, intendo il lavoro di traduzione dello Yoga anche in un altro
senso. Ritengo cioè che le pratiche corporee, che mi procurano stati di
piacere e benessere difficili da descrivere, siano fondamentali per il
mio lavoro di riabilitatore, permettendomi di guidare i pazienti a
ricostruire le loro capacità di movimento con una finezza che altrimenti
non potrei raggiungere. Ritengo che le acquisizioni connesse agli
aspetti meditativi dello Yoga - controllo dell'attenzione,
consapevolezza, stabilità emotiva per esempio - trovino poi la loro
applicazione in tutta la mia vita di relazione e lavorativa, oltre ad
essermi utili nella psicanalisi ;-).
Insomma, trovo che lo Yoga permetta di forgiare strumenti che permettono
poi di porsi di fronte all'altro in maniera potente. Questa potenza si
traduce poi per me in spirito di servizio. A questo punto della mia vita
non sono in grado di dire quento questo sia una caratteristica dello
Yoga e quento mia personale, perchè io ho indubbiamente problemi
personali con tutto ciò che è competizione e scontro.
Non rileggo ciò che ho scritto per non cadere nei circoli viziosi della
dissezione del ragionamento, ma mi rendo conto di essere stato forse
troppo verboso. Riassumo allora ciò che intendevo in poche parole: lo
Yoga praticato da un occidentale moderno ha un senso se si rispettano le
complessità della propria e dell'altrui cultura, tentando eventualmente
delle caute sintesi, e se le abilità acquisite nella pratica vengono poi
impiegate nella propria vita di relazione. Se manca il primo requisito
la pratica è superficiale. Se manca il secondo, la pratica è sterile.
Aggiungo che, a mio parere, le capacità prodotte dalla pratica dello
Yoga comportano maggiore responsabilità nei confronti di sè stessi e
degli altri, come direbbe l'Uomo Ragno ;-)
> In ogni caso, interesserebbe moltissimo il tuo parere,
Grazie, Phillip, per la tua gentilezza. Aggiungo in calce delle
considerazioni più tecniche sul lavoro corporeo nello Yoga, che ritengo
comunque inessenziali rispetto al tema del nostro dialogo. Chi fosse
interessato le trova più sotto, chi no le può tranquillamente saltare.
Grazie ancora e scusami per essere stato verboso.
Ciao,
Salvatore.
Addendum: note sulla neurofisiologia del movimento e le pratiche
corporee dello Yoga.
Se lo scopo dello Yoga, secondo la definizione classica, è la cessazione
dei movimenti involontari, inconsapevoli ed incontrollati della mente,
perchè lavoriamo per migliorare il controllo del corpo e dei suoi movimenti?
Quello che segue è la mia risposta a questa domanda.
Premetto intanto che il concetto esperienziale e logico di mente abbia
un corrispettivo anatomo-fisiologico preciso, cioè il sistema nervoso
degli esseri umani.
All'obiezione che il concetto infinitamente complesso di mente non è
riducibile ad un semplice oggetto fisico, si può rispondere che il
sistema nervoso umano è con ogni probabilità l'oggetto più complesso
dell'universo, e che il numero di connessioni tra neuroni nel nostro SNC
(sistema nervoso centrale, cioè encefalo e midollo spinale) è superiore
al numero stimato dagli astrofisici dei corpi celesti nell'intero universo.
Proseguo: ogni fibrocellula muscolare è un terminale, in ingresso ed in
uscita, del nostro sistema nervoso. In effetti il controllo del corpo è,
in assoluto, il più complesso tra i compiti del nostro SNC. Il corpo è
cioè un'interfaccia "palpabile" della nostra mente. Le abilità
necessarie per mantenere il corpo stabile controllando il respiro in una
asana yogica sono assolutamente le stesse che occorrono per controllare
l'attenzione e la consapevolezza. La differenza è che un ciarlatano può
dire di essere un maestro spirituale e, se possiede buone capacità di
plagio, ingannare molte persone. Inoltre è possibile ingannare noi
stessi con una discreta buona fede. Non è invece possibile dire che
abbiamo conseguito un controllo impeccabile del nostro corpo se così non
è: il lavoro sul corpo è pertanto una forma di lavoro sulla mente che
si avvale di un supporto visibile e non ambiguo.
Inoltre il controllo dei movimenti dipende, semplificando un discorso
molto tecnico, da almeno tre centri neurali gerarchicamente organizzati,
cioè la corteccia cerebrale, il tronco encefalico ed il midollo spinale.
L'entitè che noi chiamiamo "io", cioè gli aspetti più superficiali e
coscienti della nostra mente, è grossolanamente identificabile con la
prima di queste tre strutture. Nell'accostarci al controllo del corpo
impariamo perciò, quasi subito, che l'io non è solo nel nostro mondo
interiore. Non è nemmeno un re, ma piuttosto un "primus inter pares", un
membro di un organismo fatto di entità collaboranti in maniera più o
meno armonica. L'io impara quindi l'umiltà ed il rispetto nei confronti
di ciò che, dentro di noi, compone il respiro della vita, ed intuisce la
presenza di un sè profondo, talmente distante e svincolato dalle logiche
semplici di spazio, tempo, causa ed effetto, che il concetto induista
dell'identità tra brahman ed atman viene intuitivamente accettato.
A chi leggesse chiedo perdono perchè sto comprimendo temi degni di ben
altro sviluppo, e probabilmente di altra mente ed altra penna, nello
spazio ristretto di un post. Ribadisco infine che questo viaggio verso
l'interno acquista un senso profondissimo se ci si imoegna nella vita di
relazione, cioè se si porta tutto ciò nel mondo. ALtrimenti rimane,
almeno a mio modo di vedere un esercizio sterile.
Saluti e grazie a chi avesse avuto la pazienza di leggere,
Salvatore