Gioachino Belli era un fijo de... RECITAL
( dopo che la Band ha eseguito il leitmotiv Gioachino Belli era un
fijo de na..)
Extraordinaire ! Merveilleux !, io ogni volta che sento i suoi versi
m’incanto, starei ore e ore ad ascoltarlo. Chiudo gli occhi e mi
ritrovo a Roma, a Trastevere coi suoi colori , i suoi odori e i suoi
turgori.
Avete un grande poeta , a Roma , un poeta originale : si chiama Belli
( o Belì) . Gogol me ne ha parlato a fondo. Scrive sonetti in
dialetto trasteverino, ma dei sonetti che si legano e formano un
poema: sembra che sia un poeta raro , nel senso serio del termine,
pittore della vita romana. Gogol mi ha parlato d’un dialogo tra una
madre e una figlia dalla finestra , molto buffo. Non pubblica , e le
sue opere restano manoscritte . E’ sui quaranta: piuttosto malinconico
di temperamento , poco estroverso. A Roma è come per la statua di
Pasquino: togliete il coperchio , il sopra, andate al torso:
ritroverete il più mirabile antico.
AUTORE
E fu una profezia, questa nota che il grande Charles Sainte-Beuve
scrisse tornando da Roma a Marsiglia nel 1839. Era lo stesso letterato
che aveva scritto , con acutezza e cattiveria, che “ Roma non è altro
che una città di provincia , attraversata dagli stranieri”. In quelle
poche righe, poi dilatate in una lettera e in una memorabile
recensione, troviamo individuati i gangli del caso Belli: il carattere
organico, poematico, dei sonetti ; la grandezza della sua poesia ( un
poeta vero, un poeta popolare) , il fondo malinconico che serpeggia
sotto la superficie comica, la condizione di clandestinità, il senso
del sublime…Gogol, Sainte Beuve e altri mistici pellegrini del viaggio
in Italia, allora di moda, cercano una città sepolta e scoprono
invece , nei suoi versi, la voce di una città viva, fatta di carne e
di nervi, di sangue e di sogni., una città sublime e stracciona , urbe
imperiale diroccata, cuore della cristianità immiserita a borgo, luogo
mentale di un ‘opera che è insieme realistica e simbolica, fisica e
metafisica, Gerusalemme e Babele , che lui ama e odia, ed è costretto
a correre continuamente dal sacro al profano, dai sublimi spazi
dell’eternità al fango della cronaca, da dove nascono questi singolari
fiori del male, che non danno scampo a nessun essere umano, a partire
dal peccato originale d’Adamo ed Eva. Che il Belli fotografa
prodigiosamente in uno scatto quasi irrelato, metafisico, ecco Dio il
padrone del Giardino , il Dio che non perdona , che :
appena che a maggnà l'ebbe viduti,/Strillò per dio con quanta voce
aveva:"Ommini da vienì, sete futtuti"…
Oppure rimeditano il Qoelet, Giobbe , Leopardi e Quevedo, come ne “La
vita dell’omo”, esemplare per la composta e insieme drammatica
recitazione di eventi, che partono dal grembo materno e vanno oltre la
vita. Qui il Belli , in quanto a pessimismo sulle sorti dell’uomo,
supera ogni limite possibile.
Nove mesi a la puzza: poi in fassciola
Tra sbasciucchi, lattime e llagrimoni:
Poi p'er laccio, in ner crino, e in vesticciola,
Cor torcolo e l'imbraghe pe ccarzoni.
Poi comincia er tormento de la scola,
L'abbeccè, le frustate, li ggeloni,
La rosalìa, la cacca a la ssediola,
E un po' de scarlattina e vvormijjoni.
Poi viè ll'arte, er diggiuno, la fatica,
La piggione, le carcere, er governo,
Lo spedale, li debbiti, la fica,
Er zol d'istate, la neve d'inverno...
E pper urtimo, Iddio sce bbenedica,
Viè la morte, e ffinissce co l'inferno.
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augusto |